Yukom Communications: il call center costato 145 milioni di dollari alle vittime e 22 anni di libertà alla sua responsabile
Immaginate un call center a Tel Aviv in cui decine di dipendenti telefonano ogni giorno, sotto nomi inventati, a persone di tutto il mondo, si spacciano per consulenti finanziari di Londra e mostrano curve di guadagni fulminei che nella realtà non esistono. Così ha lavorato, dal 2014 al 2017, la società israeliana Yukom Communications, che gestiva i marchi BigOption e BinaryBook. Al vertice del call center c'era Lee Elbaz, una donna che in pubblico interveniva alle conferenze di settore fintech come manager di successo di un'azienda tecnologica, mentre dietro le quinte dirigeva uno dei più grandi schemi fraudolenti con opzioni binarie mai scoperti negli Stati Uniti. Il risultato: 145 milioni di dollari persi dagli investitori e una delle condanne più lunghe per frode finanziaria nella giurisprudenza americana.
Le opzioni binarie sono di per sé uno strumento finanziario in cui il cliente si limita a indovinare se il prezzo di un attivo salirà o scenderà entro un breve intervallo di tempo. Società come Yukom vendevano questo prodotto come una forma di trading semplice e accessibile a chiunque volesse iniziare a guadagnare sui mercati finanziari senza alcuna esperienza. Gli operatori del call center, che Elbaz formava e controllava personalmente, si presentavano come consulenti finanziari indipendenti e tacevano che la piattaforma fosse essa stessa controparte del contratto e guadagnasse proprio quando il cliente perdeva. Ne nasceva un conflitto di interessi immediato, di cui le vittime non venivano mai informate.
Il modello di business era costruito perché il cliente continuasse a versare. Ai nuovi investitori venivano mostrate curve di crescita del conto falsificate, prive di qualsiasi rapporto con operazioni reali, e ai dipendenti veniva assegnato l'obiettivo non solo di trattenere il cliente, ma di convincerlo a depositare somme sempre più alte. Quando poi gli investitori provavano a prelevare i «guadagni» accumulati, il pagamento veniva rallentato artificiosamente con i pretesti più vari o bloccato del tutto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la società incassò dalle vittime circa 145 milioni di dollari, restituendone molti meno.
Le indagini dell'FBI e del Dipartimento di Giustizia statunitense sfociarono nell'incriminazione di Elbaz e di alcuni suoi ex colleghi e comproprietari della società. Il processo si svolse davanti alla corte distrettuale federale del Maryland: nell'agosto 2019, dopo tre settimane di dibattimento, la giuria dichiarò Elbaz colpevole di tre episodi di frode commessa con mezzi di comunicazione elettronica (wire fraud) e di associazione finalizzata a tale frode. Nel dicembre dello stesso anno la corte la condannò a 22 anni di reclusione e al risarcimento in favore delle vittime. Uno dei comproprietari di Yukom, Yakov Cohen, si dichiarò colpevole nell'ambito di un accordo separato e fu condannato a 66 mesi di carcere.
Nel 2022 la corte d'appello del Quarto Circuito confermò la condanna di Elbaz e riconobbe la legittimità del suo processo negli Stati Uniti, in ragione dell'uso di canali di comunicazione americani, ma annullò l'importo originario del risarcimento perché troppo esteso — comprendeva anche vittime al di fuori degli Stati Uniti, sulle quali non si estendeva l'ambito della legge federale sulla frode — rinviando la questione del risarcimento a un nuovo esame. Parallelamente l'autorità statunitense di vigilanza sui derivati su merci (CFTC) ottenne una decisione civile contro Yukom e i soggetti collegati, portando la responsabilità finanziaria complessiva della società — risarcimenti alle vittime più sanzioni — a oltre 450 milioni di dollari.
Pubblicato il 22 agosto 2023
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