La borsa italiana in cui l'80% delle criptovalute è «sparito» prima ancora che qualcuno lo scoprisse (BitGrail)
A volte il segnale più pericoloso di una truffa è il silenzio. BitGrail ha taciuto per mesi mentre i fondi dei clienti sparivano, e solo la perizia disposta in seguito ha mostrato per quanto tempo la verità fosse stata nascosta. Per migliaia di trader che proprio lì scambiavano il token Nano, attratti dalle commissioni basse e dalla comodità, quella borsa sembrava un normale strumento tecnico e non una possibile trappola.
BitGrail era una borsa di criptovalute italiana specializzata in particolare nello scambio del token Nano, diventata in pochi anni una delle principali piazze di negoziazione al mondo per quella moneta. La piattaforma era gestita da Francesco Firano da solo, senza separazione dei ruoli e senza verifica indipendente delle riserve: un modello che all'epoca agli utenti sembrava prassi corrente per una piccola borsa di nicchia.
Nel febbraio 2018 si è saputo che dalla piattaforma era «sparito» circa l'80% di tutti i token Nano, per un valore di circa 170 milioni di dollari. In un primo momento Firano ha pubblicamente attribuito la responsabilità a una presunta vulnerabilità della rete Nano stessa. La perizia tecnica disposta successivamente dal tribunale italiano ha smentito questa versione: la consulenza ha mostrato che era proprio BitGrail, per un errore nel proprio codice, a chiedere ripetutamente alla rete l'autorizzazione di un prelievo, e non la rete Nano a consentire di propria iniziativa prelievi multipli.
Le indagini hanno inoltre accertato che i prelievi di fondi dalla borsa erano cominciati mesi prima che Firano ammettesse pubblicamente il problema, e la polizia ha individuato un trasferimento di 230 BTC sul suo conto personale pochi giorni prima dell'annuncio ufficiale dell'«attacco informatico».
Quando la verità è emersa, nel gennaio 2019 il tribunale fallimentare italiano ha dichiarato l'insolvenza sia della borsa sia di Francesco Firano personalmente. Nell'ambito della procedura concorsuale gli è stato sottratto un patrimonio personale di circa 1 milione di dollari, automobile compresa: una cifra che rappresenta soltanto una frazione minima delle perdite dichiarate. Nel 2020 la polizia italiana specializzata nei reati informatici ha formalizzato a carico di Firano le accuse di truffa, bancarotta e riciclaggio.
Una sentenza penale definitiva su questa vicenda non è mai stata resa pubblica, e un risarcimento integrale dei danneggiati non c'è mai stato.
Pubblicato il 20 aprile 2020
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