Inserimento dei dati della carta su un laptop
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Come riconoscere una piattaforma falsa prima di perdere il suo denaro

So a memoria come si svolge quella telefonata. Parola per parola. L'ordine degli argomenti, il momento preciso in cui entra in scena la fretta: potrei raccontarla senza aver mai visto quella specifica piattaforma. Perché non è l'improvvisazione di un truffatore. È un copione imparato, e dentro ci sono sempre gli stessi cinque passaggi.

Il raggiro non vive della sua ingenuità. Vive di cinque leve concrete: nel momento in cui le riconosce, smette di funzionare.

Passo 1: una serietà presa in prestito

Prima viene la fiducia. La piattaforma esibisce una licenza. Spesso, però, è la licenza di una «capogruppo» registrata in un altro ordinamento, che in realtà non copre affatto il prodotto proposto. Verifichi il numero alla fonte, non attraverso un link che le ha mandato il consulente. In Italia non esiste un registro unico in cui controllare tutto: a seconda del servizio l'impresa deve figurare nell'albo delle imprese di investimento tenuto dalla CONSOB, oppure negli albi tenuti dalla Banca d'Italia per banche, istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica. Se la licenza viene dichiarata all'estero, il controllo va fatto sul sito dell'autorità che l'avrebbe rilasciata — la CySEC a Cipro, la FCA nel Regno Unito, la BaFin in Germania. E tenga presente una cosa: una licenza autentica rilasciata in un Paese UE/SEE produce effetti in tutta l'Unione grazie al «passaporto» previsto dalla direttiva MiFID II (2014/65/UE) — è proprio per questo che i truffatori esibiscono tanto volentieri «una qualche» autorizzazione lontana, sperando che nessuno confronti il numero con la fonte originale.

Passo 2: una promessa che nessun mercato può mantenere

Poi arriva il numero. Rendimento garantito ogni mese. Non è così che funzionano gli investimenti veri, e il suo «consulente» lo sa. Accanto alla cifra compare quasi sempre una scadenza: «accetti oggi, domani queste condizioni non ci saranno più». Non è un'urgenza dettata dal mercato: è uno strumento per non lasciarle il tempo di pensare.

Passo 3: il denaro altrui sembra più sicuro

Quando il capitale proprio non basta più, arriva il consiglio di farsi prestare del denaro — dalla banca, come «margine», oppure in famiglia. È qui che il meccanismo si tradisce: l'obiettivo non è più il suo rendimento, ma semplicemente la somma che si riesce ancora a tirarle fuori.

Passo 4: silenzio al posto del prelievo

Lei chiede di prelevare il suo denaro e all'improvviso spunta una «verifica aggiuntiva», una commissione, un'imposta da pagare in anticipo. Oppure il conto risulta «in manutenzione» per settimane. Una regola semplice: una piattaforma seria non chiede mai un pagamento per restituirle i suoi stessi soldi. È anche il momento da cui, di regola, comincia a correre il termine per proporre querela — ne parli con un avvocato subito, non quando avrà smesso di sperare.

Passo 5: un volto che lei riconosce

Alla fine arriva la prova sociale. Il video di un presunto personaggio noto che raccomanda la piattaforma. È uno degli espedienti più diffusi delle reti che operano contemporaneamente sotto decine di marchi, con call center in più Paesi. Controlli se quella persona menziona la piattaforma sui propri canali ufficiali. Se non lo fa, il quadro è chiaro.

La seconda ondata: i «recovery agent»

Quando il denaro è già perduto, si prepari alla seconda ondata. La vedo in quasi ogni fascicolo. Qualcuno la contatta di propria iniziativa e promette di recuperare le somme dietro un pagamento anticipato o una «imposta di sblocco». Non è aiuto. È lo stesso raggiro, solo che adesso chi la chiama sa con certezza che lei ha già subito un danno e che vuole crederci. Un avvocato serio non le garantisce un risultato: la sua è un'obbligazione di mezzi, e nessun fondo di indennizzo chiede un anticipo in cambio di un recupero «garantito». Chi lavora seriamente le dice con onestà quando le probabilità sono basse, invece di venderle un'illusione.

L'orologio che lei non vede

I termini corrono anche quando non si è ancora pronti ad affrontare la cosa, e in questa materia non ce n'è uno solo. Sul piano penale, per i reati perseguibili a querela — ed è il caso della truffa — la querela va proposta entro tre mesi dal giorno in cui si è avuta notizia del fatto (art. 124 c.p.). Non è una prescrizione: è una decadenza, e una volta trascorsa non si recupera. Per i reati perseguibili d'ufficio è invece sufficiente la denuncia (art. 333 c.p.p.), che può presentare chiunque ne abbia notizia. Sul piano civile la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c.c.); e se il fatto è considerato dalla legge come reato, e per quel reato è stabilita una prescrizione più lunga, il termine più lungo si applica anche all'azione civile (art. 2947, comma 3, c.c.) — con l'avvertenza che, se il reato si estingue per una causa diversa dalla prescrizione o interviene una sentenza penale irrevocabile, il termine civile ricomincia a decorrere da quella data. Quando esattamente quel giorno cada, nelle truffe che restano nascoste per anni, è discusso e va valutato sul caso concreto. Non è un motivo per rimandare: anche se la vicenda è lontana nel tempo, la prima cosa da fare è semplicemente far verificare se c'è ancora tempo.

E poi c'è la domanda che sento quasi ogni volta: «posso davvero agire in Italia, se la piattaforma ha sede a Cipro o in Estonia?». La sede estera, da sola, non è un muro. All'interno dell'Unione europea la competenza giurisdizionale è disciplinata dal regolamento (UE) n. 1215/2012 («Bruxelles I bis»), e la decisione del giudice di uno Stato membro è riconosciuta negli altri senza un procedimento separato in ciascun Paese. Quale sia il giudice competente dipende però dal rapporto concreto — un contratto con l'intermediario e una domanda risarcitoria verso chi sta dietro la piattaforma non seguono la stessa strada — ed è una delle prime cose che verifichiamo. In molti casi si può agire qui, in Italia.